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Sito: Leftorium, il blog Riformista
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  • L'economia dell'occulto non conosce crisi

    Magia - Dietro maghi, cartomanti ed astrologhi si nasconde un giro vorticoso di denaro. Uno studio stima addirittura 6 miliardi di euro (più del ricavato dello scudo fiscale) per un'evasione fiscale pari a circa il 95%. I connazionali più creduloni? I lombardi. L'Osservatorio antiplagio lancia l'allarme.

    Il mercato dell'occulto non conosce crisi. Secondo una ricerca commissionata dall'Osservatorio Antiplagio sarebbero almeno 30 mila gli italiani che ogni giorno sentono la necessità di rivolgersi ad un mago o di consultare un astrologo. Un consulto di santoni, cartomanti, guaritori che ha un prezziario variabile ma può toccare anche 500 Euro a seduta. I nostri connazionali, in genere, vogliono conoscere il loro rapporto col mistico e l'invisibile. Ai tradizionali chiromanti e veggenti si aggiungono i pranoterapeutici, gli spiritisti, i sensitivi, i rabdomanti ed i radioestesisti. Quattro italiani su cinque, secondo un sondaggio, consultano sui giornali e sulle riviste l'oroscopo: le donne, in particolare, con maggiore intensità.

    OCCHIO, MALOCCHIO E... - I clienti, si concentrano per il 42% nel Nord Italia. Al Centro troviamo una percentuale del 27%, al Sud del 18%. Un 13% sulle Isole. Tra le regioni più propense a credere a maghi e cartomanti troviamo la Lombardia; quelle meno credulone, invece, risultano le più piccole Molise e Valle d'Aosta. In Lombardia, in particolare, operano circa 2500 maghi per un giro di almeno 180 mila clienti e per un volume d'affari da 90 milioni di euro. Anche i genovesi sembrano molto interessati a conoscere il loro futuro: sotto la Lanterna troviamo 400 operatori, 30 mila clienti per un monte affari da 15 milioni di euro. L'osservatorio Antiplagio ha perciò deciso di riattivare il proprio "telefono antiplagio", nel tentativo di contrastare le possibili truffe di maghi e sette e presto sarà aperto uno sportello di European Consumers pronto a ricevere le  segnalazioni da tutta Italia che poi dovrebbe essere inoltrate alle Pubbliche autorità, a cominciare proprio dal ministero dell'Interno, l'Agcom e la stessa Antitrust. Infatti, secondo gli esperti, nel campo dell'occulto l'evasione fiscale raggiunge la percentuale impressionate del 95%. Fatture sì, quindi, ma non quelle fiscali! Secondo l'Osservatorio antiplagio, inoltre, gli italiani sono generalmente restii a denunciare la frequentazione di questi operatori: in media, solo cinque cittadini su cento sporgono querela, il 95% poi sono denunce anonime. L'indagine ha quindi tracciato anche l'identikit dei frequentatori dell'occulto. Si tratta soprattutto di adulti con un età media sui 35 anni. Il 56% sono donne, il restante 44% uomini. Tra i clienti anche o minorenni. Tra 5 e 10 anni, 9%. Tra 11 e 14, 31%. Tra 15 e 17 anni, ben il 60%. La scomposizione per titolo di studio risulta invece: 31% hanno solo la licenza elementare,  il 36% la licenza media,  il 33% diploma o, addirittura, la laurea.

    PERCHÉ CI SI RIVOLGE AI MAGHI? - In genere, gli italiani che si rivolgono ai maghi dicono di farlo per un 29% "perché vogliamo risultati pratici". Appena 1% in più di chi sostiene di farlo per curiosità, ignoranza o noia (28%). Per solitudine va a consulto il 20%. Per paura del futuro ed incertezza del proprio destino il 10%. Solo il 7% dice di andarci per il gusto del proibito. Chiude la classifica: lo stato di necessità, come per esempio la depressione, con il 6%. La ricerca presenta pure la "top ten" delle province con il più alto numero di maghi e astrologhi. La pole position se l'aggiudica Roma, a seguire nell'ordine Milano, Napoli, Torino e Palermo. Insomma, più grande è la città, più maghi si ritrovano. Quanto incassano complessivamente maghi ed astrologi? Una cifra impressionate: 6 miliardi di euro. Più di quanto ricavato dal recente scudo fiscale del governo!

    QUANDO LA "SCIENZA" DA MAN FORTE AI CIARLATANI - Tre ricercatori britannici, qualche tempo fa, hanno sostenuto che le linee della mano non mentono. Secondo i tre, infatti, nel nostro palmo davvero c'è scritto il nostro destino. Quelle sottili e misteriose viuzze traccerebbero perciò la parabola della nostra vita. Parte dalla base dell'indice della mano sinistra, affermano gli esperti d'oltremanica, e si distende verso il braccio. Se per caso c'è qualche piccolo segno trasversale, mettetevi pure l'animo in pace: ci sono guai in vista. Prima si interrompe la linea, prima arriveranno gli ostacoli sul nostro cammino. Secondo una diceria, mai smentita ufficialmente peraltro, sembra che lo stesso Leonardo da Vinci, universalmente considerato un genio e quinta essenza del razionale, credesse alla chiromanzia (la lettura della mano, appunto). Una volta sarebbe andato a controllare di persona alcuni cadaveri caduti durante una battaglia nel fiorentino. Se la teoria era vera, avrebbero avuti tutti la stessa traccia premonitrice. Non la trovò. Purtroppo non pubblicò nemmeno una statistica e quindi, a chi per forza vuole crederci, resta pur sempre il beneficio del dubbio. Del resto, i potenti di ogni epoca si sono circondati di astrologhi e indovini. Hitler aveva un suo astrologo di fiducia, come pure la famiglia Reagan; il generale Eisenhower, poi diventato pure lui Presidente degli Stati Uniti, si racconta che prima delle battaglie amava farsi i tarocchi, che non sono le famose arance rosse di Sicilia, ma le arcane carte divinatrici di Marsiglia. Secondo il filosofo Theodor Adorno, l'oroscopo ha successo perché "soddisfa i desideri di persone convinte che altri sappiano su di loro e su quello che devono fare più di quanto non siano in grado di decidere da sé". Insomma, ci rassicura della nostra insicurezza.


    - Pietro Salvato (www.giornalettismo.com)

  • Vaccini per il morbillo e autismo, Lancet ritratta lo studio

     Vaccino MPR - La ricerca condotta nel 1998 sosteneva come fossero presenti collegamenti tra il vaccino e sindromi autistiche. Molti genitori furono così indotti a rifiutare il vaccino. Nel frattempo sono aumentati i casi mortali di morbillo, parotite e rosolia.

    La nota rivista medica Lancet ha ritirato oggi lo studio sui possibili collegamenti tra autismo e vaccino trivalente. L’articolo scientifico, pubblicato nel 1998 e scritto dal medico britannico Andrew Wakefield, è stato causa di una lunga disputa tra medici durata quasi12 anni. Wakefield sosteneva che il vaccino trivalente per morbillo, parotite e rosalia moto con l’acronimo MPR fosse causa di infezioni intestinali a loro volta legate alla sindrome di Kanner, altro nome scientifico per indicare l’autismo. Le sue affermazioni, come detto, furono screditate da gran parte del mondo scientifico, e sono state alla base di uno dei più grandi contenziosi nella storia della medicina e hanno portato ad una forte diminuzione del numero di vaccinazioni negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in altre parte dell’Europa, con la conseguenza, in molti casi nefasta, di un repentino aumento dei casi di morbillo.

    E’ UN FALSO, DICONO - “E’ ormai chiaro che diversi punti del lavoro del 1998 di Wakefield sono scorretti“, dice in un comunicato stampa il noto giornale scientifico. Una commissione disciplinare del Comitato medico generale britannico (General Medical Council), dopo un accurato studio, ha decretato la settimana scorsa come che Wakefield presentò la sua ricerca in modo “irresponsabile e disonesto” ed ha “ignorato insensibilmente” la sofferenza dei bambini oggetto dello studio. Un verdetto netto e grave che lascia pochi dubbi, quindi. Nel rapporto del comitato scientifico si legge, inoltre, che Wakefield ha anche “rovinato la reputazione” della professione medica. I dati presentati nella nuova ricerca britannica, infatti, hanno evidenziato come in questo periodo, a seguito dello studio “fasullo” di Wakefield, si sia determinato un aumento sensibile dell’incidenza del morbillo. In Inghilterra e in Galles, in particolare, l’aumento del tasso di morbillo del 70% occorso tra il 2007 e il 2008 è stato spiegato come conseguenza delle mancate vaccinazioni.

    Il dottor Wakefield, che adesso vive e lavora negli Stati Uniti, invece, ha sempre difeso il suo lavoro sostenendo che le accuse ricevute erano “infondate e scorrette“. Dopo la presentazione del rapporto del Comitato medico britannico, come detto, la rivista Lancet ha ritirato lo studio che, dodici anni fa, aveva presentato come serio, rigoroso e soprattutto come “scientificamente dimostrato“. Si legge nel nuovo articolo di scuse di Lancet: “È ormai chiaro che diversi elementi del documento del 1998 presentato dal dott. Wakefield non sono corretti, in contrasto con i risultati di una precedente inchiesta. In particolare, le richieste presenti nel documento originale di collegamento tra autismo e vaccino trivalente. Le indagini della commissione etica locale hanno dimostrato la falsità di questa affermazione. Quindi abbiamo deciso di ritirare integralmente il presente documento, precedentemente pubblicato“.

    GLI STUDI PRECEDENTI LO CONFERMANO – Del resto, già nel 2008, uno studio condotto dalla Columbia University, presso il Massachusetts General Hospital, che ha replicato il protocollo Wakefield, non ha trovato prove di alcuna connessione tra il vaccino e possibili cause di autismo o di disturbi al sistema genetico. Eppure, lo studio di Wakefield, per molti anni, ha indotto numerosi genitori a rifiutare la vaccinazione per i propri figli, proprio per paura di possibili effetti collaterali così gravi. Il prof. William Schaffner, presidente del dipartimento di medicina preventiva presso la Vanderbilt University School of Medicine, (Usa) ha definito alla Cnn la rettifica di Lancet come “senza precedenti“. “Dal momento che lo studio di Wakefield è stato pubblicato, sono usciti almeno altri 20 studi sul tema, ed ognuno di questi, svolto da ricercatori diversi, in diverse popolazioni e nei diversi paesi, hanno negato le associazioni tra vaccini e autismo. Per quanto mi riguarda – ha sentenziato Schaffner - scientificamente, questa storia è fuori discussione”.

    E SE FOSSE TUTTO UN COMPLOTTO? – Negli Usa, nel frattempo, erano sorti comitati ed associazioni a sostegno delle tesi di Wakefield e del rifiuto del vaccino. Oggi, in molti, si dicono perplessi ma non mutano la loro opinione ed anzi sostengono la tesi del complotto ordita dalle solite multinazionali del farmaco. Rebecca Estepp, una portavoce dell’associazione “Talk About Curing Autism” (parliamo della cura dell’autismo) dice che suo figlio ha l’autismo ed ha avuto pure problemi intestinali, “resto convinta che lui aveva una reazione al vaccino e che la ricerca di Wakefield ha aiutato i medici a stabilire come aiutarlo. Credo che il GMC può dire quello che vuole, ma so che mio figlio sta bene solo grazie agli studi del dott. Wakefield“. Generation Rescue, un gruppo di “advocacy” ovvero di sostegno ai malati colpiti da autismo, fondato dall’attrice Jenny McCarthy, il cui figlio era afflitto da questa sindrome, ha espresso sostegno Wakefield. Il cofondatore del gruppo, JB Handley, lo ha definito “un medico coraggioso onesto, che ha detto una verità scomoda“. Generation Rescue ha criticato poi la sentenza della General Medical Council su Wakefield con questa affermazione: “L’unico scopo della sentenza della GMC di questa settimana è quello di cercare di sedare la crescente preoccupazione dei genitori sulle indiscutibili correlazioni tra vaccino e l’aumento notevole dei casi di autismo“.

    - Pietro Salvato (www.giornalettismo.com)

  • A Napoli l’emergenza rifiuti è finita... solo per la Tv

    Rifiuti per strada - Mentre Bertolaso minaccia di chiedere la rimozione della Iervolino, la rimozione definitiva dei rifiuti resta una chimera. Ecco cosa si può trovare vicino all’aeroporto di Capodichino.

    Guido Bertolaso ha deciso di fare le cose in grande. Dopo aver deferito al Consiglio dei Ministri ben 9 comuni campani (quasi tutti amministrati dal centrodestra) per essersi dimostrati “inadempienti sul fronte dell’emergenza rifiuti” adesso ha messo nel mirino il bersaglio grosso: Napoli e, in particolare, la sua sindaca Rosa Russo Iervolino. Per la verità, i comuni finiti sotto la lente dell’ormai dimissionario capo della Protezione civile sono ben 176 sui 551 della Campania. Ma lo scioglimento di Napoli, inutile girarci intorno, avrebbe ripercussioni politiche sull’intero scenario nazionale.

    Per Bertolaso, la città è sporca e al di là del mancato raggiungimento del risultato minimo sulla raccolta differenziata. A pesare nella valutazione negativa è soprattutto la gestione dell’intero ciclo dei rifiuti. In pratica, nell’ultimo anno sono state attivate le nuove discariche e il termovalorizzatore di Acerra (in verità, quest’ultimo in modo molto parziale), ma se si esclude il perimetro di via Chiaia e qualche pezzo del centro storico, la città si presenta quasi sempre sporca. Con rifiuti speciali, a cominciare da numerosissimi elettrodomestici, abbandonati per giorni per le strade. A poco è servito, a detta degli stessi uomini del commissariato ai rifiuti, caricare oltre misura la “nuova” discarica di Chiaiano. Adesso, ogni giorno, scaricano ben 180 camion (contro gli iniziali 100 previsti) per la raccolta dei rifiuti. I risultati scadenti, però, sono sotto gli occhi di tanti cittadini partenopei. Debitamente a distanza, finora, sono state tenute le sole telecamere dei tg nazionali. La vulgata pubblicitaria del governo Berlusconi, dopotutto, vuole ancora che si parli di “missione compiuta” e di “fine dell’emergenza”. La realtà, anche se per involontario merito delle stesse denuncie d’inadempienza di Bertolaso, sta però nuovamente affiorando in tutta la sua gravità.

    UNA MONTAGNA DI MONNEZZA – A solo qualche km dall’aeroporto di Capodichino, ci si imbatte in una vera e propria montagna di spazzatura. Siamo nella profonda periferia Nord-Est del capoluogo campano, su una strada inaccessibile e mai completata, ignota anche ai navigatori satellitari. Una strada comunale chiusa al traffico di cui nemmeno i vigili urbani del comune conoscono l’esatta ubicazione. Una maleodorante “isola che non c’è”, piazzata tra i quartieri di Poggioreale e San Pietro a Patierno. Poco distante, come detto, dallo scalo aeroportuale. In realtà, è l’ennesima, discarica abusiva di cui è disseminata la periferia napoletana e, ancor di più, l’intera provincia. Un striscia di suolo pubblico dove non si cammina e, soprattutto, non si respira. Uno sversatoio che qui tanti conoscono e che pure in pochi denunciano. Posti così, tuttavia, sono anche un “paradiso” per tutti quelli vogliono evitare di pagare i costi di smaltimento per gli scarti speciali. Un “paradiso” dell’illegalità dove, appunto, è facile immaginare chi la fa da padrone. La camorra, anche se, ci fanno notare, bisogna dirlo sottovoce. La “monnezza” è diventa, oramai, una parete alta una decina di metri, praticamente insormontabile da scalare. Da quanto tempo va avanti questo scempio? Dieci, quindici, venti anni? No. Questo strazio è recente. Appena pochi mesi fa, l’arteria era stata bonificata dal comune e dall’Asìa, la società che si occupa dello smaltimento dei rifiuti in città, che dopo le tante proteste e denuncie di associazioni e cittadini erano finalmente scesi in campo per liberare la strada dai rifiuti depositati in enormi cumuli ai lati della carreggiata. Un restyling tanto effimero quanto inutile. Via Cupa Principe (nome omen), nota ai più come una scorciatoia, percorsa quasi esclusivamente dai residenti del circondario, per accorciare i tempi tra l’aeroporto e l’ingresso della tangenziale di Secondigliano, oggi è nuovamente una discarica a cielo aperto. Sono bastati solo pochi mesi a compiere questo disastro ambientale. Una muraglia, fatta per lo più da vecchi copertoni abbandonati, è la minacciosa “difesa” di questo regno incantato del malaffare così come si presenta all’occhio del cronista. Lastre di amianto, flaconi di probabile origine ospedaliera e tanti bidoni arrugginiti contenenti strane e puzzolenti sostanze, fanno poi da contorno. E pensare che a soli pochi metri, non lontano dalle sterpaglie che costeggiano l’altro lato della strada, è possibile notare persino qualche vigneto e dei campi agricoli coltivati, mentre i liquami dei rifiuti affondano dall’altra parte, nello stesso sottosuolo.

    IL SEVIZIO NON C’È, PERÒ LO PAGHI - Tutto questo mentre il governo Berlusconi ha deciso di non trasferire più ai comuni i fondi necessari, pari a circa il 60% del totale, a coprire l’intero costo dello smaltimento dei rifiuti, addossando sugli enti locali l’ingrato compito di aumentare la tassa sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu). Si è così determinato un aumento ingiustificato della tassa, anche alla luce della scarsa qualità del servizio erogato e dall’assoluta incapacità della stessa Asìa nel raggiungere i livelli che la legge prescrive per la raccolta differenziata. A Napoli si è intorno al 18%, Bertolaso aveva previsto una soglia minima del 25% e se questo limite non fosse stato raggiunto, come detto, sarebbe scattato il commissariamento del comune. Passerà dalle parole ai fatti?

    - Pietro Salvato (www.giornalettismo.com)

  • Sorpresa! Lo scudo fiscale non tutela più l’anonimato

    Luigi De Magistris - Per non incorre in sanzioni dall’Unione europea, il governo accetta le norme antiriciclaggio togliendo l’anonimato allo scudo fiscale. La Guardia di Finanza potrà conoscere nomi e dati fiscali di chi ha “scudato” i suoi capitali ed avviare così accertamenti e sanzioni.

    La Guardia di Finanza, d’ora in poi, può fare verifiche sia negli istituti di credito sia negli studi di commercialisti ed intermediari ed acquisire i nomi dei clienti che si sono avvalsi dello scudo. A fare breccia nell’anonimato così come previsto dallo scudo voluto dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sono state le disposizioni in tema di antiriciclaggio di denaro “sporco”. Secondo la review del dipartimento del Tesoro, nelle operazioni relative allo scudo fiscale trovano pienamente applicazione “tutti i presidi antiriciclaggio” previsti dal Dlgs 231/2007, conseguentemente, i soggetti destinatari degli obblighi antiriciclaggio che intervengono nell’iter della procedura di rimpatrio o, come assai più probabile, di semplice regolarizzazione, “devono provvedere all’adeguata verifica della clientela; alla registrazione dei dati, all’obbligo di segnalazione di operazioni sospette”, a patto che queste siano comunque motivate da particolari attività d’indagine. Ne deriva che tutti i professionisti a cui si sono rivolti i clienti che intendevano “scudare” i loro capitali, precedentemente “esportati” illegalmente all’estero, possono far conoscere alle autorità competenti, i nomi e tutti gli altri dati sensibili dei loro assistiti. Peraltro, la stessa normativa antiriciclaggio prevede la possibilità per la GdF di effettuare controlli presso coloro che sono tenuti a tali adempimenti, per verificarne la piena osservanza e l’esplicita possibilità di utilizzo a fini fiscali dei dati e delle informazioni registrate. La procedura può essere avviata sia autonomamente dalle “Fiamme Gialle”, sia su mandato dell’autorità giudiziaria.

    Nell’ambito delle operazioni relative allo scudo fiscale, vanno applicate le disposizioni antiriciclaggio previste dal Decreto Legislativo numero 231 del 2007, norma che estende la lotta al denaro sporco anche all’emersione, voluta dall’allora ministro delle Finanze del governo di centrosinistra, Vincenzo Visco. Questo significa che in termini di adeguata verifica, di registrazione e di segnalazione di operazioni sospette, i nomi di coloro che aderiscono allo scudo fiscale, possono essere rinvenuti dalla Guardia di Finanza nella documentazione antiriciclaggio tenuta dai professionisti e dagli intermediari finanziari e, pertanto, può utilizzarli anche a fini fiscali. Questa è l’ultima interpretazione data dai “tecnici” del dipartimento del Tesoro alla normativa sull’ultimo scudo fiscale. Una novità, come si vede, molto importate.

    COSA È SUCCESSO? – Come mai ad una settimana dal termine della procedura di adesione allo scudo fiscale (che scade, è bene ricordarlo, il prossimo 15 dicembre) è avvenuta questa sorta di rivoluzione copernicana? Una possibile risposta, a nostro avviso, può essere la seguente. La “precedente” versione dello scudo, con tanto di anonimato totale, era rischio bocciatura da parte dell’Unione Europea, poiché palesemente in contrasto con la direttiva antiriciclaggio comunitaria. Sul portale d’informazione economica lavoce.info l’avvocato Giuseppe Scassellati Sforzolini, partner dello studio Cleary-Gottlieb, ha sostenuto che: “Lo Stato italiano può essere citato dalla Commissione europea davanti alla Corte di giustizia perché questa constati la violazione ai sensi dell’articolo 226 del Trattato“. In alternativa, “non solo qualsiasi giudice, ma anche qualsiasi autorità pubblica, è tenuta a disapplicare una norma interna, anche di rango primario, contraria a una disposizione di una direttiva, applicando in sua vece la disposizione della direttiva stessa, se sufficientemente chiara, come in questo caso“. L’emendamento inserito dal Parlamento all’articolo 13 del decreto 78/2009 prevedeva che alle operazioni di emersione fatte con lo scudo fiscale non si applica l’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette. “Senza addentrarsi nel tema, invero complesso e controverso – sostiene l’avvocato – dell’estensione della non punibilità penale introdotta dal nuovo scudo fiscale, basti osservare che, se fosse fuor di dubbio che non si estende alle attività criminose, il Parlamento non avrebbe avvertito la necessità di sospendere completamente l’obbligo di segnalazione, contrariamente al precedente scudo fiscale del 2001 e alla versione soft approvata con il decreto 78/2009: entrambi non a caso escludevano espressamente la punibilità dei soli reati di natura fiscale“. In pratica, la normativa sinora in vigore sullo scudo violava la direttiva europea 2005/60 sull’antiriciclaggio, che vieta agli Stati membri di sospendere gli obbligo di segnalazione. Una bocciatura in ambito europeo avrebbe messo a rischio tutta l’operazione “scudo fiscale”, basti immaginare a tutta la possibile serie di ricorsi alla stessa Alta Corte di Bruxelles. Nonché, per usare un termine ultimamente molto in voga, procurato al nostro paese l’ennesimo “sputtanamento” all’estero.

    MA NON FINISCE QUI - Del resto alcuni europarlamentari italiani dell’Italia dei Valori, fra i quali Luigi De Magistris, e Vittorio Prodi del Partito democratico avevano presentato una denuncia formale alla Commissione contro lo scudo fiscale varato dal governo il 2 ottobre scorso. Secondo il ricorso la misura “non è né giustificabile né sostenibile”, poiché viola tre principi chiave del diritto comunitario. Nelle motivazioni si legge: “viola le norme comunitarie sull’Iva, sugli aiuti di Stato e sul riciclaggio”. Il dipartimento del Tesoro, come si è visto, è corso ai ripari, abolendo, di fatto, l’anonimato con riferimento alla normativa sull’antiriciclaggio. Restano, tuttavia,ancora i dubbi sugli altri due punti presentati nella denuncia di De Magistris&Co. In particolare: il provvedimento si scontrerebbe contro le disposizioni dell’Ue sull’Iva, concedendo, di fatto, un’amnistia fiscale sul suo pagamento.

    Secondo il legale esperto in questioni comunitarie Giuseppe Giacomini, al quale è stato affidato l’incarico di portare avanti l’iniziativa, “qualsiasi misura che riguardi l’Iva deve essere autorizzata dalla Commissione europea preliminarmente, dietro notifica formale, e lo scudo, che non è stato notificato, incide direttamente sull’evasione delle imposte dirette e dell’Iva”. L’avvocato ha sottolineato inoltre che il “18 settembre scorso la Corte di Cassazione italiana ha dato obbligo di esecuzione immediata a una sentenza della Corte di giustizia europea che annullava il condono fiscale dell’Iva del 2002”. In questo modo, ha spiegato Giacomini, si è “disposto l’obbligo di rimborso dell’Iva da parte di chi ha approfittato del condono, e questo vuol dire che lo stesso potrebbe accadere in caso di annullamento dello scudo”. A lungo termine si potrebbe dunque trattare di una vera e propria “trappola per evasori fiscali”. Sull’altro punto, con lo scudo fiscale si prefigura la possibilità di usare i patrimoni rimpatriati (pagando solo il 5% di imposte) per ricapitalizzare un’impresa. Il legale ha fatto un esempio: “Immaginiamo due aziende in difficoltà a causa della crisi, una che ha sempre pagato le tasse e l’altra che ha 10 milioni di euro in nero all’estero. La seconda, facendoli rientrare con lo scudo, potrebbe salvare l’azienda con nuovi investimenti”. Ciò può configurarsi come un aiuto di Stato che dovrebbe essere autorizzato dalla Commissione, dal momento che, distorcendo la concorrenza, andrebbe a svantaggio delle aziende concorrenti che non hanno mai evaso il fisco.

    - Pietro Salvato (www.giornalettismo.com)

  • Il governo beffa Viareggio. Niente soldi per la ricostruzione

    Strage di Viareggio - Bocciato l’emendamento del Pd alla Finanziaria per la ricostruzione dell’area di Viareggio distrutta dall’incidente ferroviario. Intanto, un senatore dell’opposizione denuncia: “Il processo breve salverà i colpevoli”.

    Il Governo ha bocciato l’emendamento proposto dal Pd di destinare in Finanziaria i fondi per la ricostruzione e il risarcimento degli immobili distrutti o danneggiati nell’incidente ferroviario di Viareggio, lo scorso 29 giugno. Una scelta paradossale, che declassa a vicenda “locale” una strage costata la vita a 29 persone. “E’ paradossale la scelta di dichiarare localistico e quindi inammissibile l’emendamento alla legge Finanziaria che si fa carico della ricostruzione dell’area di Viareggio distrutta dall’incidente Ferroviario”. Così in una nota, la parlamentare viareggina del Pd, Raffaella Mariani. “Avevamo chiesto – prosegue la deputata – a nome di tutto il gruppo Pd, la somma di 30 milioni di euro da destinare alla ricostruzione dell’area e alle famiglie vittime del disastro ferroviario a titolo di risarcimento provvisorio dei danni”. Il governo, invece, non ha inteso ragioni. Un grave atteggiamento che secondo la Mariani “offende l’intelligenza e nega l’impatto che un disastro di quella portata ha avuto sull’intera comunità nazionale”. “Facciamo appello – ha poi aggiunto – perché durante l’esame in commissione Bilancio si ponga rimedio ad un errore che fa vergognare l’intero Parlamento”.

    ERRARE HUMANUM EST… - Vergogna, del resto, a cui il governo sembra essersi abituato. Infatti, già lo scorso 29 settembre il governo si era opposto affinché, un analogo emendamento, mettesse a disposizione una parte dei fondi derivanti dallo scudo fiscale all’anticipazione del risarcimento delle vittime. Così come pure durante l’iter della Finanziaria al Senato, l’analogo emendamento presentato dai senatori del Pd Manuela Granaiola ed Andrea Marcucci era stato cassato. “È una decisione grave – disse a caldo il senatore Marcucci – che ricade sui senatori della maggioranza. Avevamo proposto di stanziare 20 milioni di euro per le famiglie delle vittime e 10 milioni per aumentare la dotazione di 15 milioni di euro stanziato a favore del Commissario straordinario. Il presidente del consiglio e numerosi ministri avevano garantito l’impegno costante del Governo e interventi adeguati alle necessità. Il voto contro l’emendamento purtroppo si configura come un atto di scarsa attenzione per la Viareggio”, e per le sue vittime, cui “l’Inps – come ha denunciato invece dalla senatrice Granaiola – chiede di rientrare con i pagamenti dovuti”. Si va avanti con quel che c’è, insomma. Per le imprese è al lavoro l’ufficio Suap del Comune che, a metà ottobre – come ha poi segnalato il commissario straordinario e presidente della Regione Toscana, Claudio Martini – non aveva “ancora concluso l’istruttoria relativa ai finanziamenti stanziati”.

    Questo nonostante il sottosegretario con delega alla Protezione civile, Guido Bertolaso, dichiarasse a margine del Festival della Salute di Viareggio, non più di qualche settimana fa: “Il presidente della Regione mi ha consegnato il Piano degli interventi ed abbiamo concordato i passi futuri. Mi ha segnalato l’esigenza di ulteriori finanziamenti, cosa che secondo me sarà facilmente presa in considerazione, ed ha sottolineato l’esigenza di prorogare il pagamento delle tasse da parte di coloro che hanno subito danni, cosa che di fatto stiamo già facendo”. “Quindi – aggiunse poi Bertolaso – credo che ci sia una gestione lineare, corretta ed anche puntuale di tutto ciò che abbiamo promesso”. Si è visto. Via Ponchielli, a sei mesi di distanza dalla strage, ha invece preso l’ennesimo “schiaffone”in faccia dal governo Berlusconi.

    …PERSEVERARE AUTEM DIABOLICUM – L’intera storia rischia poi di assumere le fattezze di una farsa. Secondo sempre il senatore Andrea Marcucci, peraltro membro della commissione giustizia di Palazzo Madama (dove il ddl ha iniziato il suo iter), la strage di Viareggio potrebbe finire nel vortice del disegno di legge sul “processo breve” evitando ai responsabili di essere giudicati per il reato d’omicidio colposo plurimo. Marcucci ha mostrato un parere legale specifico “L’omicidio plurimo è un concorso formale di reati, per cui ciascun caso di morte rappresenta un’ipotesi autonoma – spiega il senatore del Pd – mentre il reato di disastro ferroviario non rientra nella casistica del processo breve, quello di omicidio colposo è punito con reclusione da sei mesi a cinque anni e quindi verrebbe prescritto se il processo durasse più di due anni. Ed è ovvio che due anni sono assolutamente insufficienti per svolgere tutte le attività processuali comprese tra la richiesta di rinvio a giudizio e la sentenza di primo grado, anche considerando che nello stesso periodo dovrà essere celebrata anche l’udienza preliminare oltre a tutta l’istruttoria dibattimentale, che nel caso del disastro di Viareggio si presenta molto complessa per numero di parti coinvolte e prove da assumere”. Il governo, insomma, si sarebbe “dimenticato”, anche in questo caso, delle vittime di Viareggio. “Perché altrimenti escludere dalla mannaia del “processo breve” l´omicidio colposo – chiosa Marcucci – conseguente a violazione degli infortuni sul lavoro e in materia di circolazione stradale e non questo che ha causato una strage?”. Davanti alla gravità di queste denunce si rimane increduli e quasi senza parole. Senza parole, per l’atteggiamento tenuto da un governo che si è mostrato sin qui, invece, senza vergogna.

    - Pietro Salvato (www.giornalettismo.com)

  • Tremonti gonfia la sua bolla...al Sud

    Banca del Sud - La Banca del Mezzogiorno, così come pensata dal ministro dell’Economia, rischia di esplodere in una grossa bolla creditizia, proprio come quell’americana del mercato dei mutui.

    La Banca del Mezzogiorno dovrebbe finanziarsi con obbligazioni garantite dallo Stato. Il risultato sarà un eccesso di liquidità, con molto denaro destinato ad impieghi senza futuro. All’inizio il mercato drogato del Sud attirerà capitali che dovrebbero essere destinati altrove. Ma nel medio-lungo periodo, la bolla creditizia scoppierà e procurerà gravi danni ai cittadini che saranno i veri garanti dei prestiti alle imprese del Sud. Una storia non molto diversa da quella di Fannie e Freddie sul mercato dei mutui negli Stati Uniti. E abbiamo visto com’è andata a finire”. Questa è l’opinione di Luigi Guiso e Nicola Persico, due economisti del portale lavoce.info che hanno fatto “le pulci” alla nuova creatura bancaria pensata e, soprattutto, voluta dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Chiariamo subito che Fannie Mae e Freddie Mac sono due società create alla fine degli anni ’30 per garantire i fondi per il mercato immobiliare americano. Sono formalmente società private dalla fine degli anni ‘60, ma hanno sempre avuto una linea di credito garantita per svolgere la loro “missione pubblica”. Le due società non prestavano denaro ai privati cittadini, non erano loro, quindi, a concedere mutui agli americani che volevano comprare una casa. Fannie e Freddie i mutui li compravano, li assicuravano, li impacchettavano e li cartolarizzavano, per poi rivenderli agli investitori di mezzo mondo sotto forma di titoli ed obbligazioni: praticavano, quindi, il cosiddetto “credit crunch”, in altre parole quella pratica finanziaria che ha messo in ginocchio i mercati finanziari mondiali circa un anno fa, quando la crisi del mattone e le difficoltà dei subprime, hanno tolto il supporto ai loro bond. Tutti i big di Wall Street hanno avuto nel loro “portfolio” derivati di questo tipo. Ancora oggi, la Banca centrale cinese detiene obbligazioni di Fannie e Freddie per centinaia di miliardi di dollari, così come le istituzioni d’Arabia Saudita, Russia e Giappone.

    LA MIA BANCA È DIFFERENTE… – Ma cosa sarebbe questa Banca del Mezzogiorno? Anche i due economisti ammettono che “è difficile dirlo con esattezza”. Molti, in realtà, temono che sarà (se vedrà mai la luce) un “carrozzone” poco trasparente e molto politicizzato. Altri ancora, invece, mettono in dubbio la sua stessa utilità di incentivare, in questo modo surrettizio, il credito nel meridione. Tra le obiezioni sollevate, spiegano i due economisti, è però “assente quella sulla caratteristica più “tossica” della proposta: che la Banca del Mezzogiorno dovrebbe finanziarsi con obbligazioni garantite dallo Stato italiano”. Una banca che opera sul mercato è, in sostanza, un intermediario che prende i soldi in prestito dai risparmiatori e li rigira alle imprese. Perché le banche non prestano soldi a tutti quelli che ne fanno richiesta? “La ragione è che, man mano che la banca presta, esaurisce i clienti meritevoli di credito e, se continua, inizia a pescare tra quelli più rischiosi”.

    I risparmiatori sanno che il rischio aumenta, quando si finanziano clienti che possono diventare facilmente insolventi. Per questo, al fine di proteggere i propri risparmiatori ed il proprio patrimonio, gli istituto di credito non danno (o, almeno, non dovrebbe dare…) i soldi a chi non li merita. Con la Banca del Mezzogiorno, così come la concepiscono il ministro dell’Economia e quello del Welfare, Maurizio Sacconi, questo meccanismo “elementare” di credito è completamente assente. In questa nuova banca i risparmiatori non correranno nessun rischio se le aziende a cui si prestano i soldi falliscono, poiché alla fine pagherà lo Stato. Le stesse obbligazioni emesse dalla banca godranno di favorevoli agevolazioni fiscali. Il tutto si tradurrà, quindi, in una vera e propria “droga” del mercato del credito dovuta ad un eccesso di liquidità. Inoltre, le imprese del Nord soffrirebbero l’inevitabile concorrenza “sleale” di quelle del Sud. Concorrenza, anche questa, drogata, che si svilupperebbe su criteri di convenienza più che di sana competizione. Insomma, l’idea di fondo sarebbe quella di creare le condizioni per portare la “Cina in casa nostra”: nel Sud, giocando – ovviamente al ribasso – sul costo del lavoro. Non a caso, assieme alla proposta della Banca del Mezzogiorno, la stessa maggioranza di centrodestra ha più volte paventato il ricorso alle cosiddette “gabbie salariali”, diversificate su base territoriale. In sostanza, stipendi e salari più alti ai lavoratori che vivono e lavorano nelle regioni settentrionali, rispetto a quelli del Meridione.

    ECCO LA BOLLA – Per questo, i due economisti prevedono l’esplosione di una bolla creditizia sul modello di quell’americana “che nel breve periodo apparentemente gioverà al Sud perché si assisterà ad un boom d’imprese che nascono e d’imprese esistenti che crescono. Ma nel medio-lungo periodo, quando scoppierà, procurerà gravi danni ai cittadini che, alla fin fine saranno i veri garanti dei prestiti alle imprese del Sud ormai fantasma”. Guiso e Persico si dicono pressoché certi di questo sviluppo, proprio sulla scorta di quanto avvenuto, non più di un anno fa, dall’altra parte dell’oceano Atlantico. “Abbiamo vissuto nell’ultimo anno le conseguenze dello scoppio di una bolla creditizia – quella dei mutui negli Stati Uniti – di cui un ingrediente non secondario erano proprio le “government sponsored enterprises” come Fannie Mae e Freddie Mac”, vale a dire “l’analogo americano del progetto di Banca del Mezzogiorno, giacché ciò che ha permesso a queste aziende di “drogare” il mercato del credito è stato proprio il loro accesso alla raccolta di risparmio garantito dal governo Usa”.

    La bocciatura della “Banca Tremonti” è perciò senza appello. “È stupefacente che, proprio nel mezzo della crisi finanziaria più difficile della nostra generazione e con un debito che sfiora il 120 per cento del Pil, il governo italiano pensi di creare un “mostro del credito” che si finanzia con titoli garantiti dallo Stato. Ed è paradossale vedere che quelli che hanno menato gran vanto di aver previsto tutto della crisi anzitempo, siano i primi ad ignorarne le lezioni più salienti”.

    - Pietro Salvato (www.giornalettismo.com)

  • Camorra, nuove accuse per Cosentino e Coronella

    Nicola Cosentino - Altri tre pentiti (siamo già ad otto) del clan dei casalesi accusano il Sottosegretario all’Economia. “Riciclava i nostri assegni” e con noi “era una cosa sola”. Nei guai anche l’onorevole del Popolo delle Libertà.

    Mentre il Parlamento, o almeno la maggioranza della Giunta per le autorizzazioni a procedere, lo ha, di fatto, assolto dall’accusa di “concorso esterno in associazione mafiosa”, le accuse, fatte da nuovi collaboratori giustizia agli inquirenti della procura antimafia di Napoli, invece aumentano. Imputazioni sempre più circostanziate che denunciano un vero e proprio “sistema” che hanno convinto il Giudice per le indagini preliminari, Raffaele Piccirillo a rigettare la richiesta di revoca della misura cautelare, avanzata dagli stessi avvocati del sottosegretario all’Economia, Nicola Casentino.

    L’ESAME DI GUIDA – Il giudice, in sostanza, ha ritenuto attendibili le ultime mosse della Procura. Contro il parlamentare e candidato in “pectore” alla Presidenza della Regione Campania, i Pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci hanno trasmesso all’ufficio del Gip ulteriori atti degli interrogatori che contengono le nuove accuse. Questa volta a tirare in ballo Cosentino ci sarebbero le accuse di altri tre pentiti: Luigi Guida, Michele Froncillo e Raffaele Piccolo, su cui è lo stesso Gip ha chiesto di verificare ed approfondire “a stretto giro”, in attesa di elementi concreti in grado di confermare l’accusa di concorso esterno. L’elemento chiave delle contestazioni riguarda il business dei rifiuti e la gestione della società Eco4, creata dai fratelli Orsi ma ritenuta dagli inquirenti uno strumento di riciclaggio dominato dal potere politico degli uomini del centrodestra, più in vista in Terra di Lavoro (la provincia di Caserta n.d.a.): vale a dire lo stesso Cosentino, l’ex ministro delle Telecomunicazioni, Mario Landolfi ai quali oggi si aggiunge il nome del parlamentare del Pdl, Gennaro Coronella. Guida, che, sostanzialmente, è stato il capo del clan Bidognetti tra il 2001 e il 2005 ha dichiarato, tra l’altro, che “fra Orsi, Bidognetti e Cosentino era una cosa sola”. Il collaboratore di giustizia ha parlato anche del sostegno di Bidognetti alla carriera politica dell’attuale sottosegretario.

    LE ACCUSE DI PICCOLO - Le sue accuse, Raffaele Piccolo, le ha mosse nell’interrogatorio dello scorso 30 settembre. Date, appuntamenti, incontri annotati in un manoscritto su cui i pm stanno indagando con circospezione: “Nicola Cosentino ’o mericano – si legge – consente il cambio di assegni ricevuti dal clan”. Piccolo vanta una competenza specifica nel ramo, lui, infatti è stati l’ex collettore dei proventi criminali raccolti dai capi zona casalesi nell’alto casertano. Poi soggiunge nell’interrogatorio, secondo quanto ha riportato il quotidiano napoletano il Mattino: “Gli importi oscillano dai 7 ai 10mila euro, pagabili a vista o con scadenza a stretto giro. Vengono versati dagli imprenditori al clan a mo’ di tangente, quando devono mettersi a posto con noi. Fatto sta che c’è sempre l’esigenza di riciclare assegni”. Il pentito ha ricordato agli inquirenti della Procura partenopea che i “canali a disposizione degli affiliati per il riciclaggio di assegni erano un gioielliere di Casale, un imprenditore e lo stesso Cosentino: erano loro a riciclare stabilmente i nostri assegni”. Attività gestite con la massima discrezione, tanto che il pentito ricorda una “disposizione interna” al clan che doveva salvaguardare le “esigenze di riservatezza” dello stesso parlamentare: “Gli unici ad avere contatti diretti con Cosentino su questo versante sarebbero stati Nicola Schiavone e Nicola Panaro”. I boss più potenti e feroci del clan dei Casalesi, insomma.

    SOSTIENE FRONCILLO - lo scorso 3 novembre (sei giorni prima che partisse la richiesta di arresto alla Camera, quindi), Michele Froncillo ha raccontare ai Pm napoletani quel particolare interessi per la famigerata “488”, la legge del 1992 che sblocca finanziamenti alle imprese: “Nel 2000/2001, i casalesi dicevano di poter ottenere tramite questi politici (il Mattino cita Cosentino e Coronella) finanziamenti attraverso la 488, riuscendo a scalare la graduatoria”. “D’altronde, Raffaele Letizia aveva fondato numerose società di comodo – spiega Froncillo – per ottenere finanziamenti, appalti e subappalti”. Anche in questa occasione le parole del pentito sono “de relato”, ovvero indirette. Sono ricostruzioni di discussioni e di conoscenze interne agli uomini del clan. Tanto che il collaboratore cita un incontro in cella con Massimo Russo, parente del parlamentare del Pdl, Paolo. “Mi disse che Cosentino era cosa sua, – ha sostenuto il pentito dei casalesi - tanto da poter ottenere appalti, subappalti e finanziamenti con la 488. Il meccanismo è questo: una volta ottenuto il finanziamento si sovra-fattura le opere e tutto il costo di impianti e capannoni sono a spese dello Stato”. Froncillo poi ricorda i rapporti con la politica: “Nel 2000-2001, i vertici dei casalesi mi dissero che facevano propaganda e attacchinaggio per Cosentino e Coronella, in cambio di appalti e subappalti”. Froncillo, ha infine ricordato la cena in un ristorante di Casoria in cui furono quelli di Casale ad insistere: “I casalesi ci suggerirono un nuovo modo di operare, di far crescere delle persone, farle candidare a Roma o alla Regione, così, tanto per avere tutto sotto controllo”. Secondo questa ricostruzione, tutta ancora da valutare da parte degli inquirenti, ci fu, di fatto, un salto di qualità nel “modus operandi” del clan originario di Casal di Principe. Un “nuovo corso nella gestione criminale, puntando con tutte le proprie forze alla Regione Campania e alle candidature in Parlamento”. Questa sarebbe stata, secondo gli ultimi verbali, la vera forza del “sistema dei casalesi”.

    - Pietro Salvato (www.giornalettismo.com)

     

  • Quanto ci costa la Difesa di La Russa?

    Ignazio La Russa - Abbiamo indagato e fatto due calcoli sul bilancio del nostro ministero della Difesa. Il governo, sostanzialmente, ha destinato alle Forze armate quasi gli stessi soldi previsti per gli investimenti in politiche sociali. Non accade in nessun paese d’Europa.

    Secondo il bilancio del Ministero della difesa, le spese militari non supererebbero il punto e mezzo del nostro Prodotto interno lordo (Pil), eppure, secondo altre fonti autorevoli come il Sipri e la Nato, la cifra realmente assegnata alle nostre Forze armate si aggira attorno al 2% del Pil. Un valore di poco inferiore, sostanzialmente, a quanto il governo destina per gli investimenti in politiche sociali: circa il 2,7% del Pil.

    Il bilancio del Ministero della Difesa, infatti, costituisce solo una buona approssimazione della spesa militare italiana. Per esempio, non tiene conto della spesa delle cosiddette “missioni di pace” che invece vengono assegnate in capitolati di spesa extra-bilancio della Difesa. Poi ci sono delle spese per sviluppo di armamenti, riportati invece nel Bilancio del Ministero delle Attività produttive. I finanziamenti diretti o indiretti dello Stato a favore dell’industria militare nazionale e per prodotti “dual use” ( doppio uso, militare e civile). Infine, la frazione di spesa che l’Arma dei Carabinieri, di fatto, destina a soli compiti militari. La ripartizione della spesa va per una buona metà al “personale”; per un quarto al cosiddetto “esercizio”, vale a dire la manutenzione ed il supporto, e per il restante agli “investimenti”, tra cui spicca naturalmente la voce: “acquisizioni di sistemi d’arma”. A differenza di questi dati, riportati dal bilancio della Difesa, secondo i dati Sipri, l’Italia spenderebbe per il personale addirittura l’85,3%, cioè di gran lunga di più di altri Paesi occidentali: la Gran Bretagna spende il 62%, la Francia il 74%, gli Stati Uniti il 56%. In particolare, la nostra “spesa militare” ci colloca all’ottavo posto della graduatoria mondiale davanti a paesi come la Russia (19,4 miliardi), Arabia Saudita (19,3 miliardi), Corea del Sud (15,5 miliardi) e India (15,1 miliardi).

    Relativamente, poi, alla spesa pro-capite, la spesa militare italiana è stata di 478 dollari pro-capite (valore che scaturisce dal seguente rapporto: spesa militare/popolazione), più elevata di quella di nazioni come il Giappone (spesa militare pro-capite di 332 dollari) o la stessa Germania (spesa militare pro-capite di 411 dollari). Questi dati risultano ancor più significativi se la spesa militare italiana viene correlata con la spesa percentuale per lo stato sociale. Alle politiche sociali, infatti, la Gran Bretagna destina il 6,8% del Pil, la Francia il 7,5% e la Germania l’8,3%, mentre l’Italia sfiora il 2,7%. In definitiva, pur rimanendo complessivamente invariata nel tempo rispetto al Pil, la spesa militare italiana presenta una spesa militare pro-capite di gran lunga superiore a quella di altre nazioni del G8 (tra cui Giappone, Germania e Canada), un carico eccessivo di personale militare rispetto agli altri Paesi della Nato e, soprattutto, un rapporto sbilanciato tra spese militari e investimenti sociali a favore della popolazione.

    23 MILIARDI DI EURO! - Secondo quando riportano Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca nel loro libro “Il caro armato. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane” (Altreconomia edizioni) nel 2010 il nostro Paese ha previsto di spendere in spese militari qualcosa come 23 miliardi di euro. Cinque volte in più di quello che si prevede introiterà il famoso scudo fiscale che, stando agli stessi promotori, doveva servire a “coprire” diverse spese sociali. In realtà, come abbiamo già ricordato la copertura “sociale” da parte dei soldi conseguenti a quel provvedimento voluto da Giulio Tremonti, è molto parziale. Il nostro Paese ha più di 30 missioni internazionali in corso e nei prossimi anni ha in programma di acquistare, per citare solo uno dei progetti sui cosiddetti “sistemi d’arma”, ben 131 caccia per un valore complessivo di circa 13 miliardi di euro. La struttura delle nostre Forze Armate, secondo quando prevede il cosiddetto Nuovo Modello di Difesa, è profondamente cambiata rispetto agli anni passati. La leva obbligatoria è stata sospesa, eppure scopriamo che, nonostante queste riforma, l’esercito professionale conta oggi 190mila uomini, tra i quali il numero dei comandanti: 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali supera quasi quello dei comandati. Insomma, se nella vita “civile” un “dott.” non lo si nega a nessuno (specie a chi non lo è), in quella militare un “gallone o una stelletta” è quasi d’uopo per tutti. Tra le righe, scopriamo che gli arsenali non conoscono crisi. Nei prossimi anni è previsto l’acquisto di costosissimi “sistemi d’arma”: dalla portaerei Cavour (1,3 miliardi di euro), alle fregate FREMM (5,6 miliardi di euro) al cacciabombardiere Joint Strike Fighter (13 miliardi di euro). Per non parlare poi delle vicende controverse legate alle servitù militari, il destino degli immobili della Difesa, l’abbandono del servizio civile; per arrivare agli “scandali” veri e propri, tra cui sprechi e inefficienze clamorose.

    UN ESEMPIO CONCRETO? IL LINCE – I mezzi blindati “Lince” sono stati rappresentati, specie dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, come uno dei “fiori all’occhiello” del nostro esercito. “Sono resistentissimi e più agili – si è detto – rispetto agli altri analoghi mezzi a disposizione degli altri eserciti della Nato” dislocati in Afghanistan. A tal proposito, riportiamo alcune significative righe di quanto ha pubblicato Giancarlo Chetoni, sul suo blog sempre sul famigerato “blindato”.“Quando i pneumatici scorrono su un terreno sterrato di montagna segnato da solchi profondi, e succede con frequenza perché ad ogni primavera quando si sciolgono le nevi l’acqua da quelle parti si porta via fango e pietre, l’equipaggio “dondola”, la velocità di marcia si riduce a 3-5 km all’ora, la guida si fa particolarmente dura e l’autiere stenta a tenere il controllo del mezzo. Il volante non risponde come dovrebbe mentre il Lince manifesta un’accentuata tendenza al ribaltamento su un fianco quando affronta anche a bassa velocità una curva in salita o in discesa […] Anche se la FIAT lo presenta come un blindato di nuova generazione, ad alta affidabilità, sicurezza e caratteristiche “stealth” (!), la realtà è che il Lince, almeno in Afghanistan, sta dando dei grossi grattacapi a chi deve uscirci in perlustrazione o muoversi in colonna su aree accidentate. La blindatura laterale sopporta l’impatto di proiettili in calibro 12,7 mm ma è estremamente vulnerabile al tiro di datatissimi RPG. Un colpo in pieno penetrerebbe come un coltello nel burro nelle blindature laterali e nella cellula di sicurezza determinando la perdita immediata dell’intero equipaggio del Lince. Non è ancora successo ma è fatale che succeda”. Chetoni prosegue descrivendo in maniera cruda quello che è poi successo il 14 Luglio scorso a Shewand, 50 km a nord-est di Farah in Afghanistan, al caporalmaggiore Alessandro Di Lisio, classe ‘84, artificiere del Genio Guastatori del 187° Rgt Folgore rinvenuto cadavere, insieme a tre feriti dello stesso Reparto, a seguito di un attacco dei taliban.

    - Pietro Salvato (www.giornalettismo.com)

  • Il Vesuvio? E' una bomba ad orologeria

    Eruzione del 1760 - Secondo gli studiosi se il vulcano si risveglia sarà un disastro. Il piano evacuazione appare insufficiente mentre le Istituzioni e la stessa opinione pubblica, in questi anni, hanno gravemente sottovalutato il pericolo.

    “Il rischio di un’eruzione del Vesuvio è molto alto e non bisogna mai abbassare la guardia”. Questo è stato l’allarme lanciato in occasione dell’ultimo convegno organizzato dall’Ordine dei Geologi della Campania. In particolare, secondo lo stesso presidente dell’Ordine, Francesco Russo: “La gente ha sottovalutato la pericolosità del caso e quando il Vesuvio esploderà, sarà uno scenario drammatico, nonostante la grande attenzione della Protezione Civile. Il vero dramma è che, nonostante il divieto di non abitare quella zona, la speculazione edilizia ha continuato a costruire sotto le pendici del vulcano. Tale situazione è evidente già guardando la montagna da lontano. Lo sguardo cade, purtroppo, su quelle abitazioni che, in caso di esplosione verrebbero spazzate via dalla lava e dai lapilli. Eliminate, annullate e cancellate, in un solo attimo tutte quelle vite annientate. Subito, perché, nonostante i piani di evacuazione, le costruzioni sono troppo vicine al cratere del Vesuvio”.

    Dal punto di vista scientifico, il Vesuvio è costantemente monitorato. L’Osservatorio vesuviano, in questi anni, ha installato una minuziosa rete di strumenti per il controllo dei parametri geofisici e geochimici oltre a quelli relativi alla sismicità, alle deformazioni e alle stesse emissioni di gas dal sottosuolo. Secondo lo studioso, chi ha davvero sottovalutato la pericolosità del Vesuvio sono state la politica e la stessa opinione pubblica. “Quando il Vesuvio esploderà – sostiene Russo – sarà uno scenario drammatico, nonostante la grande attenzione della Protezione Civile. Il vero dramma è che, nonostante il divieto di non abitare quella zona, la speculazione edilizia ha continuato a costruire sotto le pendici del vulcano. Tale situazione è evidente già guardando la montagna da lontano. Lo sguardo cade, purtroppo, su quelle abitazioni che, in caso di esplosione verrebbero spazzate via dalla lava e dai lapilli. Eliminate, annullate e cancellate, in un solo attimo tutte quelle vite annientate. Subito, perché, nonostante i piani di evacuazione, le costruzioni sono troppo vicine al cratere del Vesuvio”.

    OPERAZIONE VESU-VIA - In questi anni sono stati stanziati centinaia di migliaia di euro per incentivare l’evacuazione dalla zona rossa, l’area alle pendici del cratere considerata a più alto rischio. Il progetto si chiamava “Vesu-via”. La Regione Campania finanziava l’acquisto di una casa fuori dalla zona rossa. Il risultato è stato disastroso. Solo un centinaio di persone ne hanno usufruito, mentre, allo stato, ne risultano quasi 10.000 abitare nelle zone a più alto rischio. Secondo il presidente dei geologi campani: “Bisognerebbe, infatti, togliere quanti più insediamenti stabili possibili magari convertendo queste aree a destinazione prettamente turistiche”. Una delle ragioni del fallimento di “Vesu-via” è certamente dovuto al fatto che, per persone nate e vissute in quei luoghi, è difficilissimo abbandonarle. “Ciò, però – ribadisce Russo – non deve far dimenticare che nel momento in cui esso esploderà, il flusso di gente che scapperà sarà tantissima e l’epilogo che si prevede sarà in ogni caso tragico. Proprio per questi motivi, l’appello si fa duro verso le istituzioni politiche che devono prendere seri provvedimenti”. Secondo un tecnico dell’Osservatorio vesuviano da noi ascoltato, che però ci chiede di restare anonimo, senza dubbio dal punto di vista geofisico uno dei “segnali precursori dell’eruzione sarà un’intensa attività sismica con magnitudo intorno a 5 gradi della scala Richter e il presentarsi di rigonfiamenti del terreno anche in aree distanti tra loro diversi km”. Laconico, poi però chiosa: “Viviamo su una bomba ad orologeria e non sappiamo nemmeno quando scadrà il timer”. Infatti, è certamente vero che un’eruzione vulcanica, a differenza di quanto avviene per i terremoti, è prevedibile anche se, ancora oggi, non è possibile stabilire quale sarà il suo andamento; se si concretizzerà, cioè, in fenomeni che non costituiscono una minaccia diretta per la vita umana o se evolverà in forme catastrofiche. Una “inutile” evacuazione a scopo preventivo, tra l’altro, rischia di ingenerare tra la popolazione e sfiducia nelle stesse strutture preposte alla sorveglianza vulcanica e alla protezione civile.

    MA COSA POTREBBE SUCCEDERE? - Secondo Francesco Santoianni nel suo libro Disaster Management – Protezione Civile (Accursio Editore) l’ipotesi più accreditata, in caso di “eruzione di tipo vesuviano” prevede all’inizio, subito dopo l’esplosione del “tappo” che oggi copre internamente il cratere, il lancio nell’atmosfera di grandi quantità di “fallout piroclastico” (sostanzialmente, ceneri e lapilli) che, spinte dalla gravità e dal vento, ricadono in un’area più o meno vasta; le conseguenze di questa pioggia, se non si interviene in tempo, possono essere disastrose in quanto il fallout piroclastico può appiccare incendi e accumularsi sui tetti delle abitazioni provocandone il crollo. Non a caso, da sempre, l’atteggiamento di molte popolazioni abitanti le aree vulcaniche è stato quello di restare in zona (a cominciare dalla famosa eruzione del 79 dc, quella che distrusse l’antica Pompei), durante alcune fasi dell’eruzione, per proteggere le proprie abitazioni esponendosi, a loro volta, all’ulteriore rischio in quanto l’eruzione può evolversi, anche in breve tempo, in fenomeni immediatamente pericolosi per le persone, quali ad esempio, nubi ardenti (surge) o rovinose valanghe (lahar). L’ultimo fenomeno, in rigoroso ordine temporale, sarebbe la colata lavica a valle.

    Secondo quando riportato in un’intervista all’ex direttore dell’Osservatorio vesuviano, il professore Giuseppe Luongo “Non c’è preparazione nell’area vesuviana, non hanno elaborato alcuna ipotesi di riorganizzazione del territorio a rischio, per cui oggi si stanno nascondendo dietro gli scienziati”. Luongo, già docente di Fisica del vulcanismo all’università di Napoli, ha presentato uno scenario a dir poco inquietante. “È come se vi fosse stato un salto di qualità nella dinamica del vulcano – afferma Luongo – e quanto questo nel futuro potrà pesare per una ripresa dell’attività eruttiva è tutto da studiare e interpretare”. Secondo Luongo molte notizie che riguardano l’attività del vulcano non sono state rese note all’opinione pubblica. “In primo luogo, per dare tranquillità alla gente. Secondo, perché non c’è preparazione nell’area vesuviana e questa è la denuncia che dobbiamo fare, perché abbiamo superato i quattro anni dalla predisposizione del Piano della Protezione Civile nazionale. È da dire tuttavia che il piano nazionale è largamente inadeguato alla realtà del Vesuvio, e inoltre i Comuni che non hanno elaborato alcuna ipotesi di riorganizzazione del territorio a rischio si stanno nascondendo dietro gli scienziati, spesso in disaccordo tra loro. Bisogna organizzare il territorio, pertanto la comunità locale dovrebbe evitare di costruire nuove strade, ma impegnarsi nel riorganizzare l’urbanistica “selvaggia” frutto di speculazione edilizia iniziata dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dobbiamo fare l’operazione inversa, attrarre la gente verso altre aree, con opportuni piani economici, evitando di mandarla allo sbaraglio”. Alla domanda se poi in caso di eruzione esiste una possibilità di fuga per la popolazione, Luongo ha così replicato: “Innanzitutto l’ipotesi del piano prevede questo: l’eruzione sarà fortemente esplosiva, e verrà prevista quindici giorni prima […] ma io posso assicurare che non ci sono elementi scientificamente validi per prevedere un’eruzione con così largo anticipo, perché l’eruzione, sull’esperienza acquisita a livello mondiale, viene prevista poche ore, fino a un massimo di due o tre giorni, prima. In secondo luogo, è previsto un piano d’evacuazione della durata di una settimana per lasciare la città. È una cosa allucinante, pensare alla tensione e al panico a cui viene sottoposto il cittadino in attesa del suo turno. Noi non prepariamo la gente ad uno spostamento rapido e civile, senza creare problemi agli altri”.

    - Pietro Salvato (www.giornalettismo.com)

  • Switchercove - Switchercad III, tutorial

    Copertina tutorial SWC - Pietro Salvato cc - Ho scritto questo tutorial certamente senza l'ambizione di voler spiegare in maniera approfondita ed esaustiva tutte le funzioni offerte da quest'interessante programma "freeware" di S.P.I.C.E. (Simulation Program with Integrated Circuit Enphasis) della Linear Technology Corporation. Si tratta invece di un breve tutorial sulle sue funzioni basilari: l'editor di uno schema, l'analisi del transitorio, della risposta in frequenza, dei potenziali statici e dello "sweep" di varie grandezze fisiche ed elettriche ecc…

    Questo lavoro nasce dal fatto che per SwitcherCAD III© in rete esiste davvero poco materiale, in particolare nella nostra lingua, a cui fare riferimento nonostante il programma venga consigliato come software didattico in diversi corsi di laurea in ingegneria. Ho cercato di evitare l'inserimento di cumuli di nozioni teoriche poiché lo scopo che mi sono prefisso non è quello di spiegare l'elettronica attraverso un programma di S.P.I.C.E. ma più modestamente cercare di fornire quegli elementi necessari per "avviare la macchina".

    Del resto chi si avvicina ad un software di simulazione elettronica, generalmente, una certa familiarità con l'elettronica e le sue leggi fondamentali già c'è l'ha.

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    * Inoltre, potete scaricare, cliccando sul link LED AC, la mia guida (sempre in formato pdf) al dimensionamento e al funzionamento dei diodi LED in corrente alternata.

    **  Questo pagina è parte integrate di Leftorium, il blog Riformista. Non è una testata giornalistica e non è quindi da considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001


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